Il sipario del Teatro Massimo Vincenzo Bellini di Catania, si alza su un’attesa lunga ventiquattro anni. Aida torna a Catania, non stasera come previsto, a causa dell'allerta meteo, ma dal 21 gennaio. Un ritorno solenne, carico di memoria e di promessa, che inaugura ufficialmente la Stagione lirica 2026. Un titolo simbolo, una partitura che attraversa il tempo e le coscienze, capace ancora oggi di interrogare l’animo umano con la forza di un rito collettivo.
Capolavoro assoluto di Giuseppe Verdi, su libretto di Antonio Ghislanzoni, Aida è molto più di un’opera monumentale: è un viaggio nei conflitti più profondi dell’uomo. Nell’Egitto antico, tra templi, guerre e cerimonie sacre, si consuma una tragedia intima e universale, dove l’amore si scontra con il dovere, l’identità con il potere, il desiderio con la legge. Aida, schiava e principessa, Radamès, eroe diviso, Amneris, figura ferita e dominante: destini che si intrecciano in un racconto che parla ancora al presente.
A dare forma e respiro a questa nuova Aida sono il direttore d’orchestra Fabrizio Maria Carminati e il regista Marco Vinco, chiamati a guidare un allestimento che unisce solennità e introspezione, spettacolo e pensiero. Li abbiamo incontrati, per entrare nel cuore di un’opera che, tra musica e visione, promette di restituire al pubblico non solo un grande affresco teatrale, ma un’esperienza capace di lasciare traccia.
Fabrizio Maria Carminati: la musica come coscienza del dramma
Alla guida dell’Orchestra del Teatro Massimo Bellini, Fabrizio Maria Carminati affronta Aida come una cattedrale sonora, dove ogni elemento deve essere in perfetto equilibrio. «È un’opera di proporzioni enormi – spiega – ma Verdi non perde mai il contatto con l’interiorità dei personaggi. Dietro la potenza dei cori e delle grandi scene d’insieme c’è una scrittura raffinatissima, fatta di respiri, di sospensioni, di silenzi che parlano quanto le note».
Il lavoro del direttore si concentra proprio su questa tensione costante tra pubblico e privato: «La sfida è mantenere la monumentalità senza schiacciare l’intimità. Aida vive di contrasti: la marcia trionfale e il sussurro dell’addio, il clangore del potere e la fragilità dell’amore. La musica accompagna e amplifica questi conflitti, rendendoli universali».
Per Carminati, Aida resta un’opera necessaria: «Ci parla di identità, di appartenenza, di sacrificio. Temi antichi, ma drammaticamente attuali. Verdi riesce a trasformarli in suono, e il nostro compito è restituire al pubblico tutta questa complessità emotiva».
Marco Vinco: Aida tra terra e mistero
Per Marco Vinco, questa produzione rappresenta un doppio debutto carico di emozione: «È la mia prima volta al Teatro Bellini di Catania ed è anche la mia prima Aida. Un doppio battesimo che mi onora profondamente». L’ingresso in un teatro dalla storia così prestigiosa avviene con rispetto e passione: «Entro timidamente, ma con un entusiasmo enorme. È un luogo magnifico e stiamo lavorando da mesi con una squadra che sta funzionando in modo straordinario».
La sua visione parte da una consapevolezza precisa: «Aida è un’opera monumentale, ma è anche profondamente intima. Parla di noi, della nostra anima, del nostro rapporto con il sacro e con il mistero». Un tema che Vinco individua chiaramente nel libretto: «La parola “sacro” attraversa tutta l’opera: il sacro brando, il sacro suolo d’Egitto, la sacra Iside, i sacri nomi di padre e d’amante. È un filo continuo che mi ha sempre interrogato».
Da qui nasce la domanda che guida la regia: «Che cosa può dire oggi questo senso del sacro a noi uomini contemporanei? Noi andiamo a teatro non solo per emozionarci, ma per portare a casa qualcosa che possa cambiarci, anche solo un poco». La risposta prende forma in una messa in scena fortemente simbolica: «Ho voluto rappresentare due dimensioni: quella terrena e quella ultraterrena. I cantanti e i danzatori agiscono sulle assi del palcoscenico, mentre performer e acrobati sono sospesi in aria, su cerchi, tessuti e pali aerei. In questo modo il pubblico vede contemporaneamente ciò che accade sulla terra e ciò che si muove in una dimensione altra».
Il teatro, per Vinco, ha una missione precisa: «Non deve dare risposte, ma aprire domande. Spero che il pubblico, uscendo, ritrovi in sé questa necessità di rapporto con il mistero. È qualcosa che non toglie vita, ma ne dona di più, rendendola più intensa e consapevole».
Il cast e l’allestimento
Il cast vocale vede Aida interpretata da Oksana Dyka e Valentina Boi; Radamès da Jorge de León e Aleksandrs Antonenko; Amneris da Nino Surguladze e Irene Savignano. Amonasro è affidato a Franco Vassallo e Alberto Gazale (nelle recite del 21, 24, 27 e 28 gennaio). Ramfis è interpretato da Insung Sim e Simón Orfila; il Re da Romano Dal Zovo ed Emanuele Cordaro; il Messaggero da Ivan Tanushi e Alfonso Zambuto; la Sacerdotessa da Eva Corbetta ed Elena Borin.
Le scene e i costumi portano la firma di Guido Buganza, le luci sono di Oscar Frosio, le coreografie di Filippo Stabile e Iliana Ciccarello. Maestro del coro è Luigi Petrozziello. Assistente alla regia Fabiano Pietrosanti, assistente ai costumi Valentina Volpi, direttore degli allestimenti scenici Arcangelo Mazza. In scena l’Orchestra, il Coro e i Tecnici del Teatro Massimo Bellini, con la Compagnia Create Danza.
Una prima che promette di lasciare un segno, restituendo al teatro la sua funzione più alta: quella di farci sentire, anche solo per una sera, parte di qualcosa che va oltre il tempo e oltre noi stessi.











