Nella sacra arte dell’Opera dei Pupi si respira una sacralità senza tempo, e a Catania, i Fratelli Napoli ne incarnano l’essenza da quasi un secolo. Maestri pupari da cinque generazioni, la loro storia affonda le radici nel 1921, quando Don Gaetano Napoli inaugurò in quartiere Cibali il Teatro Etna, gettando le fondamenta di una tradizione artigianale ininterrotta.
Oggi, ancora, la loro bottega pulsa di vita e memoria: da quell’avventura iniziata con Pippo, Rosario e Natale, fino alla nuova linfa della quarta generazione rappresentata da Fiorenzo e i suoi fratelli, fino al piccolo Carlo, che già respira l’epopea cavalleresca con slancio e curiosità.
Al Teatro del Murgo lo spettacolo “Come Orlando acquistò le armi” ha richiamato il pubblico in una serata dominata dalla maestria scenica e dal pathos. “Vedrete come Orlando, eroe cavalleresco di nobiltà e lealtà, riceverà le sue armi” racconta Davide Napoli, ideatore della rassegna ‘Furriannu Furriannu’, sottolineando come la drammaturgia – firmata insieme a Fiorenzo – abbia ridefinito i personaggi di Milone e Almonte, stemperando la tensione dell’azione con la maschera catanese di Peppininu, irresistibile ponte tra tradizione e gusto moderno.
Dal palco, l'intervista si anima
Fiorenzo Napoli si sofferma con trasporto sulle origini: “Cresciuto nella magia popolare dell’Opira, dove le puntate serali si susseguivano come telenovelas per sei mesi senza interruzione, ho abbeverato anima e sogni da quei giganti di legno… Erano i miei primi eroi.” I pupi originali, costruiti da Don Gaetano, raccontano con lo sguardo e la manifattura una storia affettiva fatta di sartoria, metalli cesellati, martellate precise e identità visiva irripetibile. Come ogni pupo catanese che si rispetti, è un condensato di arte, materia e tradizione, “capace di incantare con codici vocali e gestuali all’unisono”, sospinge Fiorenzo con passione attraverso il pantheon degli eroi.
A ogni gesto corrisponde un battito: il maniante scandisce il ritmo con il “diapason” del piede sul tavolaccio — non solo tecnica, ma coreografia per pupi potenti, sincronici, animati da cuore e metallo, capaci di trascinare ogni spettatore nel mito.
Davide Napoli, la quarta generazione, riflette: “È un mondo così vasto, ricco di colore e fantasia… è inevitabile innamorarsi di questa forma d’arte.” Cresciuto in bottega, ha assimilato codici e ruoli familiari, trasformando il debutto in mestiere consapevole e sinergico: ogni membro declina una funzione precisa, perché l’intera macchina teatrale funzioni con armonia, come un motore ancestrale che produce meraviglia.
Dal canto suo, Carlo, figlio e simbolo della quinta generazione, a soli dieci anni confessa con entusiasmo: “Mi piace la tecnica, ma soprattutto muovere i pupi.” Spirito vivace, determinazione, classe: “La tradizione ti sceglierà”, dice saggio il nonno: “continua a volerla, e lei ti accoglierà tra le sue braccia.”
E oggi, 12 agosto, nel cuore dei festeggiamenti agatini, la compagnia dei Fratelli Napoli presenterà al chiostro cinquecentesco della Chiesa di Santa Maria del Gesù la nuova messinscena “Come Sant’Agata ritornò a Catania da Costantinopoli”, spettacolo inedito che unisce storia, fede e leggenda popolare attraverso i codici dell’opera pupi. Un omaggio alla Patrona che affonda nell’epopea siciliana, tra Arabi, Bizantini e Normanni, nella cornice celebrativa della festa agatina.
Ma il nostro racconto non si ferma qui, perchè nell'edizione cartacea del mese di agosto, vi racconteremo altri dettagli e altri segreti di quest'arte patrimonio dell'Unesco e dell'Umanità.
stay tuned …











