Salvo La Rosa non è soltanto il volto più amato della televisione siciliana: è un modo di essere Sicilia. È l’amico che entra in casa con delicatezza, il narratore che trasforma un palco in un salotto di famiglia, l’uomo che ha saputo parlare a intere generazioni con quella combinazione rara di autenticità, calore e ironia che è diventata la sua cifra stilistica.
Dai primi passi nelle emittenti locali al successo nazionale, dalle redazioni alle piazze gremite degli eventi live, dalla radio ai social, Salvo La Rosa, ha costruito una carriera che non è fatta solo di programmi e interviste, ma di rapporti umani.
La sua forza è sempre stata la stessa: la capacità di far sentire ogni spettatore parte di una comunità, di rendere ogni storia un momento condiviso, di trasformare la comunicazione in un gesto di vicinanza. In un’epoca in cui la televisione cambia volto, lui rimane un punto fermo: un ponte vivo tra tradizione e modernità, tra l’intrattenimento popolare e quel modo tutto siciliano di raccontare la realtà “cututtuucori”.
Perché Salvo La Rosa non interpreta la Sicilia: la incarna, la custodisce e la restituisce con una sensibilità che non ha mai perso sincerità. In questa intervista ci accompagna in un viaggio dentro la sua storia professionale e umana: le radici, gli incontri che l’hanno segnato, le sfide di ieri e di oggi, e lo sguardo limpido con cui osserva il futuro della comunicazione, da bravo narratore.
Salvo, partiamo dalle origini: quando hai capito che la comunicazione era la tua strada? «Ero un bambino vivace, pieno di vita. Guardavo tantissima televisione, leggevo i giornali, ascoltavo radio e musica in continuazione. A scuola cominciai prestissimo a fare il presentatore nelle recite scolastiche: alle Orsoline prima, poi soprattutto dai Salesiani, che non finirò mai di ringraziare. Al ginnasio ero il direttore del giornalino di classe: staccavo i fogli dagli album, li rovinavo tutti – i professori non erano proprio felicissimi! – e ci incollavo sopra articoli ritagliati o scritti da me. Facevo impaginazioni “casalinghe”: titolo di apertura, titolo di spalla, piccoli richiami. A un certo punto don Martino mi disse: “Ma perché invece di rompere tutti sti quaderni, non facciamo un vero giornale col ciclostile?”. E da lì abbiamo iniziato a stampare davvero un giornalino di istituto. Credo che il talento fosse già lì: mi piaceva raccontare. Sono convinto che Dio dia un talento a tutti, bisogna solo scoprirlo, educarlo, studiare tanto e fare esperienza. Io ho avuto la fortuna di trasformare questo talento nel mio lavoro».
Dal primo articolo su un giornale alla televisione: come è avvenuto questo passaggio? «Il mio primo articolo su La Sicilia è del 25 gennaio 1980: da lì sono 45 anni e “tanticchia”, diciamo così. Ho iniziato facendo il cronista, raccontando la realtà nel senso più puro del termine. Poi è arrivata la televisione. Ho fatto il giornalista al telegiornale, ho letto tanti TG quando ero ad Antenna Sicilia, ho condotto dirette di eventi che arrivavano davvero al cuore della gente. Mi definisco soprattutto un narratore: il giornalista narra, fa cronaca, spiega. Io ho sempre fatto questo, cambiando mezzo ma non missione».
Uno dei capitoli centrali della tua storia è “Insieme”. Che cosa ha rappresentato per te e per la Sicilia? «Insieme è stato un fenomeno clamoroso. L’ho condotto dal 1994 al 2015: ventun anni di fila, 2.600 puntate certificate. Era un programma siciliano, fatto in Sicilia, ma con un livello da show nazionale: teatro, bella scenografia, luci curate, una scrittura precisa, ospiti importanti. La cosa più bella è che abbiamo dimostrato che, anche qui, le cose belle si possono fare e si devono fare. Il cuore però erano le persone: tanti ospiti siciliani, che per me sono sempre stati una priorità – raccontare la nostra terra, le nostre eccellenze – e poi tanti ospiti nazionali che all’inizio arrivavano con qualche diffidenza e alla fine non volevano più andare via. Ti dico solo che ad un certo punto erano loro a telefonare: “Ho un disco nuovo, vengo”, “Ho scritto un libro, lo presentiamo da voi?”. Questo significa che il programma era arrivato, era credibile».
Tra gli eventi che hai raccontato, qualcuno occupa un posto speciale? «Sant’Agata è nel mio cuore. Io la racconto in televisione sin dalla prima diretta, all’inizio degli anni ’90. La prima volta fu in un contesto particolarissimo: c’era la Guerra del Golfo, eravamo nel gennaio 1991, da Sigonella partivano gli aerei, l’arcivescovo Luigi Bommarito decise di trasformare la festa in un momento penitenziale. Quel 5 febbraio il fercolo con il busto reliquiario non uscì con il corteo “tradizionale”, ma in forma più sobria, dalla Cattedrale ai luoghi del martirio. Io dissi allora al dottor Domenico Tempio, ad Antenna Sicilia: “Raccontiamola, facciamo una diretta, è qualcosa di diverso, di storico”. Fu un successo clamoroso: vera cronaca, vera partecipazione. Da allora non ci siamo più fermati: un po’ su un’emittente, un po’ su un’altra, poi su TV2000, sui social… ma il senso è sempre lo stesso: narrare un popolo attraverso la sua devozione».
Nella tua carriera ci sono stati incontri che hanno segnato una svolta? «Tantissimi, ma uno in particolare: Pippo Baudo. È venuto a mancare il 16 agosto scorso e mi fa piacere ricordarlo ogni volta che posso. Lui ha fondato Antenna Sicilia nel 1979, l’ha inaugurata. Io ero un giovanissimo cronista, un ragazzo che sognava di diventare conduttore televisivo. Incontrare Baudo per me fu come incontrare la televisione in persona. Lui mi prese a ben volere, credo perché vide in me il ragazzo che era stato lui: uno che voleva fare questo mestiere a tutti i costi e che voleva farlo bene. Da allora non ci siamo più lasciati, fino alla sua dolorosa scomparsa. Pippo è stato un maestro, un amico, un punto di riferimento. Ricordo le chiacchierate lunghissime, i consigli concreti, la sua eleganza nel modo di stare in video. Una televisione garbata, piacevole».
E poi ci sono le amicizie nate sul palco: come ad esempio Enrico Guarneri, Giuseppe Castiglia e tanti altri. «Sì, con Enrico Guarneri – il nostro Litterio – abbiamo creato un sodalizio fortissimo, che ha segnato un’epoca. Ma con Giuseppe Castiglia c’è proprio una storia lunga trent’anni. Lui arrivò a Insieme da una compagnia teatrale amatoriale, che definire “dilettante” è ingiusto: erano persone che amavano il teatro e lo facevano bene. Tra quei giovani c’era questo “longagnone”, come diciamo noi, simpaticissimo, che raccontava barzellette in maniera strepitosa. Io dissi: “Questo è bravo” e da lì non l’ho più lasciato. Da trent’anni lavoriamo insieme: abbiamo condiviso palchi, successi, fatiche, ma soprattutto ci siamo voluti bene. La nostra è prima di tutto un’amicizia, che si è fortificata con la maturità, le famiglie, i figli. Adesso portiamo in giro uno spettacolo che celebra proprio questi trent’anni di amicizia e di carriera».
Tra le tante interviste che hai fatto, ce n’è una che consideri indimenticabile? «È difficilissimo fare una classifica, perché ogni volta che sali su un palco o vai in onda devi metterci emozione. Però alcuni momenti restano. Le telecronache degli eventi religiosi, come Sant’Agata, hanno sempre un sapore speciale. Poi ci sono i grandi ospiti che avevo nel cuore: uno è sicuramente Renzo Arbore. Io ero cresciuto con Quelli della notte, L’altra domenica, Indietro tutta. Quando venne a Insieme ero come un bambino col suo giocattolo preferito. La cosa più bella è che lui, più volte, ha parlato del programma in termini lusinghieri: lo guardava su Sicilia Channel, quando andavamo sul satellite, mi diceva che si divertiva, che trovava spunti interessanti, comici bravissimi. Quando persone come Baudo e Arbore ti guardano e ti dicono “bravo”, capisci che qualcosa di buono l’hai fatto davvero».
Ti sei affacciato anche sulla TV nazionale: Sanremo, collegamenti, collaborazioni. Ti è mancato fare il “salto”?
«Ho avuto la fortuna di fare due Festival di Sanremo, nel 2002 e nel 2003, come inviato delle giurie in giro per l’Italia. Nel 2002 ho fatto tre serate – la seconda, la quarta e la quinta – e nell’ultima abbiamo dato in diretta i vincitori. Nel 2003 ho fatto l’ultima serata, collegato da Milano. Collaboro con TV2000, da anni faccio i collegamenti in diretta del 5 febbraio sulla festa di Sant’Agata. E da un anno lavoro anche con RTL 102.5: spesso sono in onda il lunedì, a volte il venerdì, la domenica sera nella suite RTL. Insomma, le esperienze nazionali non sono mancate. Forse il successo enorme, smisurato, di Insieme ci ha un po’ “bloccati”, nel senso che siamo rimasti qui. Non so se meritavo o no altro, non sta a me dirlo. Ma ti dico una cosa con sincerità: io sono contento. Fare bene nella tua terra, in una terra difficile e complicata come la Sicilia, è una grande cosa. La sicilitudine, come la chiamava Sciascia, è un valore e io me la tengo stretta».
Oggi sei molto presente anche sui social: Facebook, Instagram, TikTok. Che uso ne fai e che idea hai di questi strumenti? «Li considero strumenti potentissimi, se usati bene. Mi piace un esempio che mi fece un amico: pensa al coltello. Se lo usi per tagliare il pane o la carne, è utile. Se lo usi per ferire qualcuno, diventa un’arma. Vale lo stesso per il microfono, per il telefonino, per i social. Se li usi bene, comunichi, informi, racconti, fai compagnia. Se li usi male, insulti, provochi, crei tensioni inutili. Io ho le mie pagine ufficiali e le uso in modo molto naturale. Racconto quello che faccio, promuovo i miei eventi, condivido qualche momento personale che credo possa interessare a chi mi segue. Ogni tanto arriva qualcuno che scrive per il gusto di polemizzare, ma finché è misurato va bene, fa parte del gioco. L’importante è non diventare schiavi di questi mezzi: ogni tanto bisogna mettere via il telefono e tornare alla vita vera».
Guardando avanti, quali sono le sfide e i progetti che ti entusiasmano di più? «Continuare a portare in giro lo spettacolo con Giuseppe Castiglia, che racconta i nostri trent’anni di amicizia e di carriera, è una grande gioia. Stiamo debuttando nella versione invernale, nei teatri della Sicilia, e il contatto diretto col pubblico resta una delle esperienze più belle. Poi ci sono le collaborazioni con RTL 102.5, con TV2000, nuovi format a cui sto pensando, eventi solidali. Per esempio, il 28 dicembre saremo insieme al Teatro Bellini di Catania per una serata dedicata a Telethon: una causa a cui tengo molto, perché credo che chi ha la fortuna di avere un microfono debba usarlo anche per il bene degli altri. Il futuro, per me, è continuare a fare ciò che ho sempre fatto: raccontare. Finché avrò voce, voglio usarla per narrare la mia terra, la mia gente, le storie che meritano di essere ascoltate».
Prima di chiudere l’intervista, con il Natale alle porte, gli chiediamo un pensiero per queste feste che si avvicinano. Salvo sorride con quella luce negli occhi che il pubblico conosce bene, quella sincerità semplice che negli anni è diventata la sua firma.
«Il mio augurio è che questo Natale porti a tutti serenità vera, quella che nasce dalle piccole cose e dagli affetti sinceri. Che sia un tempo di famiglia, di amore, di abbracci che scaldano più del fuoco. E che ciascuno di noi trovi almeno un motivo per sorridere ogni giorno, anche quando non è facile.Vi mando un saluto grande… e un augurio fatto davvero cututtuucori».












