
Un incontro intenso, partecipato, quasi intimo quello che si è svolto a Piazza Scammacca per presentare il ritorno de “La città delle Amazzoni” a Catania. A distanza di quasi un anno, infatti, il gruppo artistico è pronto a riconquistare la città e promette grandi emozioni.
Non una conferenza stampa formale, ma un vero e proprio momento di condivisione con il pubblico, impreziosito da assaggi musicali dal vivo e da numerosi aneddoti su ciò che andrà in scena, un incontro che ha animato domenica pomeriggio e che ha fatto ardere di curiosità i numerosi partecipanti.
Gli interventi hanno restituito la complessità e la profondità di un progetto che non nasce da una costruzione “a tavolino”, ma da un’urgenza emotiva e personale, ormai riconoscibile e apprezzata in tutta Italia.
Il regista e direttore artistico Alessandro Incognito ha raccontato anche ai nostri microfoni come l’opera sia frutto di un percorso lungo, segnato anche da difficoltà personali che, per un periodo, gli avevano impedito di trovare la propria voce. Un precedente progetto, rimasto incompiuto, è stato però fondamentale: alcuni brani nati in quel contesto sono stati recuperati, profondamente rivisitati e oggi trovano nuova vita all’interno dello spettacolo. Il tempo, in questo senso, è stato un alleato. Lavorare negli anni su idee, musiche e suggestioni ha permesso di arrivare a una forma più matura e consapevole.
Un altro elemento emerso con forza durante la presentazione è la dimensione corale dell’opera: ogni interprete è considerato co-progettista del lavoro; ogni cantante, nel momento in cui interpreta un brano, ne diventa “madre” per il tempo in cui lo abita. È un’idea potente di teatro, dove la responsabilità artistica è condivisa e ogni contributo è essenziale. La velocità e la ripetitività, caratteristiche spesso dominanti nel mondo contemporaneo, vengono rifiutate a favore di un processo creativo che parte dalle emozioni, dal cuore, dalla necessità di raccontare qualcosa di autentico.
Tra mito, archetipi e impegno sociale, La città delle Amazzoni segna una nuova era per il teatro
Dal punto di vista musicale e drammaturgico, “La città delle Amazzoni” si distingue per scelte precise e controcorrente: la struttura si allontana dal modello classico del musical più noto, nazionale e internazionale. Non ci sono tre o quattro riprese degli stessi brani distribuite lungo lo spettacolo: quasi tutti i pezzi sono unici. Solo uno ritorna, all’inizio e alla fine, ma in forma diversa. La struttura è simile, ma l’arrangiamento, il senso e il contesto narrativo li rendono due momenti distinti. Una scelta che rompe uno schema consolidato e che invita il pubblico a vivere ogni brano come irripetibile e godere pertanto di ogni vibrazione emessa.
La storia non è tratta da un romanzo o da un libretto preesistente: è originale. Il mondo evocato è quello delle Amazzoni, sospeso tra mito e storia, tra leggenda e possibilità. Un universo che, come è stato raccontato durante l’incontro, apre a una dimensione imprevedibile: “quando entri nel mondo amazzone non sai mai dove andrai”. È la stessa sensazione che si vuole restituire allo spettatore, accompagnandolo in un percorso ricco di colpi di scena fino all’ultimo momento.
La partitura si muove su due grandi direttrici; da un lato una componente più pop e rock, fisica, energica, capace di abbattere barriere interiori e liberare movimento.
È la musica della battaglia, della guida, della forza della regina che conduce il suo popolo. Dall’altro lato una dimensione più evocativa, epica e leggendaria, che accompagna i momenti più profondi e intimi della trama. Al centro si sviluppa anche una storia d’amore, che irrompe in un contesto di guerra e ne modifica radicalmente gli equilibri, portando a sviluppi non prevedibili che lasceranno senza fiato gli spettatori.
Particolarmente significativo il lavoro sul personaggio dell’Amazzone, raccontato da una delle interpreti; essere Amazzone significa confrontarsi con una fusione complessa di archetipi, ossia quello maschile, che emerge nella dimensione pubblica, sociale, militare; e quello femminile, che si rivela nella sfera privata, nel dolore, nella vulnerabilità, nelle scelte di cuore. Portare in scena questa dualità ha richiesto un lavoro accurato su postura, sguardi, presenza scenica, evoluzione del corpo. La regina guerriera è forte e carismatica davanti al suo popolo, ma nella dimensione intima rivela fragilità e umanità.
Non manca, infine, l’attenzione al sociale. Il progetto coinvolge associazioni che si occupano del femminile, sottolineando la volontà di creare un ponte tra arte e realtà. Per la compagnia, lo spettacolo non deve essere solo un’occasione di godimento estetico, ma un’esperienza capace di lasciare una conseguenza concreta nella vita di chi assiste.










