Ci sono storie che non si limitano a essere raccontate: si attraversano. Quella di Antonio Presti è una di queste. Mecenate, artista e visionario, ha scelto di dedicare la propria vita a un’idea tanto semplice quanto rivoluzionaria: restituire la bellezza come diritto universale, soprattutto nei luoghi in cui è stata negata. Il suo percorso parte dalla Fiumara d’Arte, il museo a cielo aperto che si snoda lungo la costa tirrenica messinese, tra Castel di Tusa e Mistretta. Qui, tra paesaggi aspri e silenzi antichi, le grandi opere dialogano con la natura e inaugurano un nuovo modo di intendere l’arte pubblica: non ornamento, ma esperienza trasformativa.
Da quella visione nasce un cammino che arriva fino a Catania, nel quartiere Librino, dove Presti ha dato vita a un processo di rigenerazione culturale e spirituale che dura da oltre vent’anni. Non un intervento isolato, ma un’opera collettiva che ha coinvolto generazioni di bambini, famiglie, insegnanti e cittadini, trasformando una periferia spesso raccontata solo per le sue fragilità in un laboratorio internazionale di umanità e bellezza.
A Librino l’arte non decora: educa, unisce, restituisce dignità. Lo raccontano le grandi “porte” simboliche che punteggiano il museo a cielo aperto MAGMA. La Porta della Bellezza, un chilometro di mosaico in terracotta modellato dagli studenti, è un abbraccio visivo che accoglie chi entra nel quartiere. La Porta delle Farfalle parla di trasformazione e rinascita, mentre la Porta dei Sogni custodisce i desideri collettivi incisi nelle mattonelle realizzate da bambini e famiglie, un archivio vivente di speranze che unisce centro e periferia. Le installazioni della Luna e delle Stelle ampliano questo racconto simbolico, evocando protezione e spiritualità.
L’ultima tappa di questo cammino è il Roseto di Sant’Agata, che completa il percorso del museo diffuso. Non è solo un giardino, ma un gesto civile e spirituale: affidare ai bambini la cura dei fiori significa insegnare che prendersi cura della fragilità è prendersi cura della comunità. Oltre tremila studenti delle scuole di Librino, insieme alle loro famiglie, hanno partecipato alla sua realizzazione, lasciando tracce di sogni, parole e gesti che parlano di futuro.
Le iniziative della Fondazione Antonio Presti hanno progressivamente infranto il confine simbolico della periferia. La sfilata delle Candelore agatine tra le strade di Librino ha sancito un passaggio storico: il quartiere non più margine, ma parte viva dell’identità cittadina. In questo contesto, il Roseto di Sant’Agata — ispirato all’espressione popolare “Hai a bucca comu ’na rosa” — diventa metafora di una parola gentile, di una comunità che sceglie la cura e la bellezza come forma di resistenza civile.
Nel segno della patrona e della bellezza condivisa, Librino si racconta oggi come un orizzonte possibile. Un luogo in cui l’arte diventa linguaggio comune e promessa concreta di rinascita, capace di restituire a ciascuno il diritto di sentirsi parte di una comunità.
Maestro, il suo percorso a Librino dura da oltre vent’anni. Che significato assume oggi il completamento della Porta dei Sogni dedicata a Sant’Agata? «Abbiamo completato quest’opera monumentale attraverso un processo condiviso con oltre 3.000 bambini, mamme e papà. Ogni pezzo di terracotta custodisce un sogno. L’arte, quando ritorna in mezzo alla gente, parla al cuore e rigenera la bellezza».
Librino è diventato un laboratorio unico al mondo di rigenerazione attraverso l’arte. Qual è il segreto di questo processo?«Non esiste al mondo un luogo dove l’intera popolazione, per vent’anni, abbia trovato nell’arte lo spirito della semina. Non è un progetto legato ai finanziamenti: è un progetto di vita, di coerenza, anche di follia, se vogliamo. Noi artisti non restituiamo strade o lavoro, restituiamo il cuore».
All’inizio non è stato facile far comprendere il valore dell’arte in una periferia segnata da molte necessità. Oggi cosa è cambiato? «Gli abitanti hanno amato e rispettato questo processo. Da vent’anni nessuno ha mai profanato un’opera. Librino oggi è un tamburo di bellezza che parla al cuore della sua gente».
Il Roseto di Sant’Agata introduce un nuovo simbolo: la cura. Perché educare i bambini a piantare rose? «Non bisogna educare i ragazzi a togliere la spazzatura, ma a piantare fiori. Una rosa insegna la cura della fragilità. In una società che esalta l’apparire, consegnare ai giovani il valore della cura è un atto spirituale e civile».
Lei parla spesso di fragilità come forza. Cosa significa oggi questo messaggio? «La potenza dell’essere si trova nella fragilità. Piantare una rosa significa restituire ai ragazzi l’impegno della cura e riconoscere che la bellezza nasce da ciò che è delicato».
Guardando al futuro, quale eredità vuole lasciare a Librino? «Ho sentito la necessità di lasciare un’eredità spirituale. L’unica vera opera d’arte di questo progetto sono gli abitanti. Vorrei che chi visita il museo portasse una rosa e la piantasse: fare, non solo criticare».
Nonostante le difficoltà personali e di salute, continua a portare avanti nuovi progetti. Cosa la sostiene? «Lo spirito della semina non conosce fine. Anche nelle difficoltà bisogna ringraziare, perfino l’ingratitudine. Chi impara a ringraziare l’ingratitudine non conoscerà rabbia, ma uno stato di grazia».
Se potesse lanciare un messaggio alla società di oggi, quale sarebbe? «Parliamo troppo e facciamo poco. Nella vita non si nasce per criticare, ma per fare. Portiamo tutti una rosa a Librino: partecipare alla bellezza è un impegno civile».
La storia di Antonio Presti dimostra che l’arte può essere infrastruttura morale prima ancora che estetica. A Librino, la bellezza non è ornamento: è necessità, educazione, speranza.











