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“The floor is yours”: Sead Kazanxhiu porta in Italia un’arte che interroga casa, confini e diritto di pa

2026-01-26 05:00

Elisa Petrillo

Le7ARTI, Arte Contemporanea, sead-kazanxhiu, massimo-ligreggi, gabi-scardi, the-floor-is-yours,

“The floor is yours”: Sead Kazanxhiu porta in Italia un’arte che interroga casa, confini e diritto di parola

The floor is yours non chiede solo di essere guardata: chiede di essere attraversata, ascoltata, presa sul serio. È un invito esplicito e scomodo

Alla Galleria Massimo Ligreggi l’arte diventa spazio di parola, soglia da attraversare, luogo di confronto. Con The floor is yours, Sead Kazanxhiu firma la sua prima mostra personale in Italia, portando al centro della scena una ricerca che intreccia vissuto personale e questioni universali: rappresentanza, inclusione, diritti, confini, appartenenza. Temi che non restano astratti, ma si incarnano in opere essenziali, spesso minime, capaci di parlare con forza proprio attraverso la loro apparente semplicità.

 

Il senso profondo della mostra ruota attorno all’idea di abitare. Un abitare primigenio, necessario, che nasce dal bisogno umano di sentirsi al sicuro, riconosciuti, accolti. È da qui che prendono forma le Shtepizeza. Small House. Home sweet Home: piccole case in ceramica, quadrate, con il tetto a punta, colorate come i disegni dell’infanzia. Non sono fissate a un luogo preciso, perché per Kazanxhiu la casa non coincide con uno spazio geografico, ma con una condizione emotiva e relazionale.
«La casa non è dove sei nato, ma dove ti senti legittimato a esistere», sintetizza l’artista.

 

Lo stesso tema ritorna in Nest, un nido di rondine che richiama l’archetipo dell’abitare più elementare: rifugio, cura, intimità. Inserito nello spazio espositivo, il nido assume però anche il valore di un corpo estraneo, di una presenza che chiede di essere accolta. In questa ambiguità poetica e politica si apre una riflessione sull’inclusione, sullo sguardo rivolto a ciò che appare “altro”.


La curatrice Gabi Scardi sottolinea: «Kazanxhiu lavora su forme semplici che portano con sé una densità simbolica altissima. Le sue opere parlano di fragilità e resistenza, di identità che si costruiscono nello spazio condiviso».

 

Ma la casa non è solo protezione. Può diventare anche difesa, chiusura, confine. È il caso di On the Wall, un frammento di muro armato con vetri rotti sulla sommità, un’immagine tristemente riconoscibile a ogni latitudine. A questa idea di barriera fa da controcanto I Don’t Have Borders to Protect, installazione che esprime il desiderio – e insieme la necessità – di un mondo senza confini. Un’affermazione che risuona con forza nella biografia dell’artista, nato nel 1987 a Baltëz, nel sud dell’Albania, e appartenente alla comunità Rom.

 

Il fulcro concettuale della mostra è però l’opera che le dà il titolo: The floor is yours. Un podio con leggio, simbolo per eccellenza della parola pubblica, del diritto di esprimersi. Ma il podio è realizzato in filo spinato, trasformando l’atto del prendere parola in un gesto doloroso, difficile, rischioso. L’accesso allo spazio comune non è mai neutro, sembra dirci Kazanxhiu, e richiede spesso una tenacia che lascia segni.
«Parlare non è mai scontato per chi nasce ai margini», afferma l’artista. «Questo lavoro è dedicato a chi deve lottare anche solo per essere ascoltato».

 

Accanto alle installazioni, la mostra comprende anche una serie di dipinti in cui i temi ricorrenti della ricerca di Kazanxhiu tornano a farsi immagine, rafforzando un linguaggio visivo coerente e riconoscibile.

 

Per Massimo Ligreggi, proprietario della galleria, questa mostra rappresenta una scelta precisa:  «Siamo felici di ospitare la prima personale italiana di Sead Kazanxhiu e ringrazio lui e Gabi Scardi per aver costruito un progetto di grande forza etica e poetica. The floor is yours inaugura un periodo di lavoro molto denso per la galleria, che nei prossimi mesi sarà attraversata da un fitto calendario di mostre, pensate come occasioni di confronto, ricerca e dialogo con il presente»».

 

The floor is yours non chiede solo di essere guardata: chiede di essere attraversata, ascoltata, presa sul serio. È un invito – esplicito e scomodo – a concedere davvero la parola, e lo spazio, a chi troppo spesso ne resta escluso.

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