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Giovanni Ruggeri, l’osservatore invisibile.Tre generazioni di arte fotografica a Catania

2025-10-07 06:00

Elisa Petrillo

Le7ARTI, Interviste, catania, giovanni-ruggeri,

Giovanni Ruggeri, l’osservatore invisibile.Tre generazioni di arte fotografica a Catania

"È una storia di famiglia, ma non è stato un obbligo. A un certo punto ho realizzato che la fotografia mi apparteneva davvero"

Nella sua Casa d’Arte, a Catania, Giovanni Ruggeri ci accoglie circondato da stampe, tele e prove in grande formato. Figlio e nipote d’arte, terza generazione di una famiglia di fotografi, Ruggeri rivendica una definizione precisa: «Sono un osservatore che non vuole essere osservato». Ne viene fuori un dialogo lungo e denso, un viaggio tra tradizione e ricerca, tecnica e poesia, con una costante: la curiosità.

 

Partiamo dall’inizio: tre generazioni, dal 1935. Quando ha capito che la fotografia ti apparteneva?
«È una storia di famiglia, ma non è stato un obbligo. A un certo punto ho realizzato che la fotografia mi apparteneva davvero. Da allora non ho mai perso l’entusiasmo di osservare la bellezza che ho attorno».

 

“Osservatore” più che fotografo: cosa significa per te?
«Guardare è un verbo speciale. Mi definisco un osservatore che non desidera essere osservato, altrimenti cesserei di esserlo. Osservo in modo pratico, non scientifico: tutto ciò che mi circonda mi spiega la bellezza. E spesso la bellezza ha una forma: il rotondo. Viviamo in un mondo rotondo, siamo attratti dal rotondo: un nuovo modello d’auto, l’anatomia di un corpo, un pomodoro giusto per fare un esempio. Ho intitolato un progetto I cerchi della vita. Ho fotografato tutto ciò che è rotondo: il polpastrello sporco d’inchiostro sul foglio, il padiglione auricolare, il guscio di una lumaca, il riccio del violino. E poi ho ritrovato persino il senso di una corona—quella della regina—nel melograno: capovolto, ha una corona perfetta. Madre natura spiega molte cose».

 

Curiosità come metodo? «Sono curioso dei rapporti umani, degli oggetti, della luce che cambia tra mattino e pomeriggio. La macchina fotografica è la mia penna: con essa scrivo».

 

Fotografo e artista: due mestieri o due stati d’animo?
«Non sono mondi separati. Il fotografo, quando serve, “assolve” un compito, ha tempi e consegne. L’artista invece si perde: non ha dimora, non ha orari, vaga. In quel vagare ritrovo l’energia, mi svuoto delle irregolarità cittadine—gli orari, la routine—e mi ricarico».

 

Le radici familiari contano ancora?
«Moltissimo. La mia è probabilmente la famiglia più storica della fotografia a Catania rimasta alla terza generazione. E i miei figli hanno sviluppato uno “specchio di osservazione”: da piccoli giocavano con i ritagli delle mie foto. Oggi uno di loro sta esplorando con me la cinematografia—che in fondo è fotografia in movimento. Ha uno sguardo sintetico: arriva al punto in poche immagini, e questo è prezioso».

 

Prima della fotografia, all’università pensavi a medicina e nutrizione. Che cosa è successo?
«Mi sono visto da fuori. Guardavo il professore, i colleghi, e ho capito che non era la mia strada. Ho detto a me stesso: “Qui non torno”. Volevo fare il fotografo. E l’ho fatto».

 

Creatività a ondate?
«Sì. Ho periodi esplosivi in cui faccio cose pazzesche e periodi quasi di letargo. Non è “da ricovero”: è come una batteria che si carica e si scarica. Sono passionale: tutto ciò che faccio devo sentirlo, viverlo, conoscerlo. Mi piace fotografare, ma anche fare il gelato, il pane, i dolci; scolpire il legno, dipingere».

 

Il ritratto fa parte di te, in che modo?
«È la sintesi di tutte le arti che mi abitano. Chiedo, ascolto, disegno la persona nella mente. Gli occhi parlano sempre: se incroci lo sguardo non puoi più dire “non sei tu”, anche con parrucca e travestimenti».

 

Giochi spesso con analogie tra natura e anatomia. Come mai?
«Vedo anatomie nella frutta e negli ortaggi: una pera è un fianco, due banane un gluteo, un fico d’India al contrario un capezzolo. Ho un’opera in cui l’ovulo è una cipolla e gli spermatozoi sono carote: è la base della cucina—carota e cipolla—che diventa metafora di vita. Madre natura decide già gli abbinamenti cromatici: pesche, mele, albicocche insegnano come i colori stiano assieme. Noi non siamo diversi dal frutto: abbiamo anime differenti, ma le stesse armonie».


Parliamo del tuo nuovo lavoro sulle “pietre”. Cosa cerca dentro la materia?
«Che cosa c’è dentro una pietra? Ho iniziato a farle spaccare e a fotografarne il nucleo. Dentro ho visto mondi: persone che fuggono, temporali, albe, tramonti. Ogni pietra ha colori e realtà diverse. Ho raccolto pietre in Madagascar, in Argentina, altrove. Non lo faccio per “finire” un progetto, ma per conoscere».

E adesso, cosa vuoi fare?


«Continuare a osservare. Ho costruito questa Casa d’Arte anche grazie a persone che mi hanno dato fiducia—architetti, amici, famiglia. Mi hanno detto: “Giovanni, meriti un luogo così”. Il futuro? Ancora pietre, ancora occhi, ancora cerchi. E la disciplina di non smettere mai di guardare».

 

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