Una spirale ritmica che ipnotizza, un’onda emotiva che travolge. La serata del 20 agosto al Teatro Antico ha chiuso il ciclo taorminese del Festival Lirico dei Teatri di Pietra con un dittico dal respiro mediterraneo: il “Bolero” di Maurice Ravel — proposto nel 150º della nascita del compositore — in chiave flamenca con la coreografia di Isabel Ponce Rodríguez e un corpo di ballo madrileno, seguito da una “Cavalleria rusticana” di Pietro Mascagni intensa, compatta, capace di trasformare la cavea in un paese verista, tra rito e comunità.
A guidare l’Orchestra del Teatro “Francesco Cilea” di Reggio Calabria è stata la bacchetta di Alfredo Salvatore Stillo, che nel Bolero ha scolpito la progressione con piani sonori nitidi, lasciando alla danza il compito di incendiare lo spazio con un fraseggio percussivo e sensuale.
«All’aperto l’equilibrio è tutto: abbiamo cercato un crescendo che avvolgesse il pubblico senza sommergerlo, preparando il passaggio emotivo a Mascagni», ha spiegato il direttore, rivendicando la cura del dettaglio e dell’agogica in un luogo dal fascino acusticamente esigente.
La “Cavalleria rusticana” ha confermato la qualità del cast e la tenuta corale dell’allestimento. Il Coro Lirico Siciliano — autentico “personaggio” della tragedia — ha dato voce alla comunità, presentandosi in forma impeccabile.
«La risposta del pubblico è stata travolgente: il Festival Lirico dei Teatri di Pietra ha conquistato Taormina con cinque serate sold out e oltre 20.000 spettatori. È un segnale che incoraggia a investire nella qualità e nel radicamento nei luoghi», ha dichiarato il maestro del coro Francesco Costa, sottolineando il lavoro su dizione, piani dinamici e compattezza timbrica in un contesto monumentale.
Nel quartetto dei protagonisti è brillata la Santuzza di Maria Pia Piscitelli: linea nobile, accento partecipe, un dolore che attraversa il canto scivolando dalla veemenza ai chiaroscuri più intimi. Al suo fianco, Giuseppe Distefano ha disegnato un Turiddu energico ma sensibile, di fraseggio vivo; Carlos Almaguer ha imposto un Alfio autorevole, dal metallo autorevolmente brunito; Maria Motta ha tratteggiato una Mamma Lucia asciutta e straziata; Leonora Ilieva ha dato a Lola sensualità scenica e voce argentina.
Il tutto dentro la regia plastico-rituale di Marco Savatteri, un disegno che fa circolare i corpi come forze di una comunità antica, fino al vortice dell’Intermezzo e al gelo del finale.
«Per me è stato un debutto assoluto nell’opera e ne sono rimasto folgorato: Cavalleria rusticana è un capolavoro del verismo che respira con la pietra e con il silenzio del pubblico. A Taormina la tragedia non si rappresenta: accade, come un rito», ha raccontato Savatteri, sottolineando l’intreccio tra gesto scenico, coro e architettura naturale della cavea.
Applausi a scena aperta hanno salutato un progetto che ha saputo tenere insieme tradizione e energia contemporanea: il Bolero come fuoco d’avvio, la Cavalleria come combustione emotiva, l’Orchestra Cilea e il Coro Lirico Siciliano come motore, un cast di oltre cento artisti a presidiare ogni passaggio.
Una chiusura all’altezza di una stagione che ha riportato il grande spettacolo musicale al centro, nel segno della qualità e del dialogo con i luoghi.











