
A Militello in Val di Catania, si respirava un silenzio assordante. La piazza principale era gremita, la chiesa piena all'inverosimile, ma non si trattava di una semplice cerimonia funebre. Era la fine di un'era per la storia italiana.
Perché con la scomparsa di Pippo Baudo non se ne va solo il più grande presentatore televisivo, ma un'icona culturale, un uomo che ha trasformato la televisione da semplice intrattenimento a strumento di educazione, portatore di valori e custode della memoria collettiva.
Chi era presente, tra lacrime trattenute e applausi soffocati, ha avvertito l'importanza di quel commiato. Il vescovo monsignor Peri lo ha descritto come una stella che continuerà a irradiare luce, il sindaco Giovanni Burtone lo ha paragonato all'Enrico Mattei della Rai, il presidente della Regione Schifani ha sottolineato la profonda gratitudine che l'intera Sicilia nutre nei suoi confronti. Lui, da solo ha incarnato il servizio pubblico televisivo. Pippo Baudo era la Rai stessa. Ne rappresentava la voce, la coscienza e la credibilità.
Tra i presenti il presidente del Senato Ignazio La Russa, il ministro Adolfo Urso, il sottosegretario alla Cultura Gianmarco Mazzi, il governatore siciliano Renato Schifani e il presidente dell’Ars Gaetano Galvagno.
Tuttavia, a fronte della sentita partecipazione popolare, stonava l'assenza di molti. Presenti Albano, Lorella Cuccarini, Gigi D’Alessio e pochi altri. Troppi volti noti mancavano all'appello, troppi personaggi che devono a Baudo l'inizio e il successo della propria carriera non sono stati presenti quest'oggi. Nessun dirigente Rai di spicco, pochissimi tra i suoi cosiddetti “figli televisivi”.
Un'assenza che fa riflettere, perché rivela molto della nostra epoca: un'era che consuma e dimentica rapidamente, che privilegia l'attualità al dovere della riconoscenza. È il sintomo di una televisione frenetica e senza memoria, che si dimentica di chi le ha conferito prestigio e autorevolezza. Ma questo silenzio imbarazzante non offusca la verità che oggi si è percepita chiaramente. Lì, tra la sua gente, Baudo è stato compianto come un padre, ricordato come un mentore, salutato con l'onore che si riserva ai grandi. Perché la sua eredità non risiede nei palinsesti o negli indici di ascolto, ma nel modo in cui ha mostrato a un'intera nazione che la televisione poteva essere sinonimo di cultura, professionalità ed eleganza.
Con lui non scompare solo un uomo, ma un'idea di televisione che nutriva rispetto per il pubblico e fiducia nel talento. Oggi, l'Italia perde un gigante buono, un uomo di cultura, un interprete del suo tempo.
E se la Rai è stata la casa degli italiani, lo deve in gran parte alla presenza di Pippo Baudo tra le sue mura. Ecco perché, oggi, non stiamo salutando semplicemente un presentatore. Stiamo dicendo addio alla televisione stessa.










