Ci sono canzoni che diventano tempo, memoria, vita. E ci sono artisti che attraversano le stagioni con la stessa passione del primo giorno. I Beans sono questo: cinquant’anni di successi, cori indimenticabili e musica autentica. Nascono musicalmente nel 1965 a Catania con il nome di Gigi e Kingstar, con Gino Finocchiaro, Pippi Ciancio, Tony Ramo, Pierpaolo Cristaldi ed Armando Simola, fondatori del gruppo, a cui poi si aggiunsero nel 1971, Carmelo e Franco Morgia, Giuseppe Panascì e Giuseppe Grillo.
Li abbiamo incontrati, per ripercorrere con loro una carriera che è già leggenda, tra aneddoti, emozioni e sogni ancora vivi. Come nasce il nome Beans? “Negli anni Sessanta, era il 1967, quando Gino Finocchiaro – il nostro “decano musicale” – suonava con un gruppo post-Beatles. Il nome “Beans” venne fuori in modo curioso: c'è chi ricorda una scatoletta di fagioli trovata per caso, altri raccontano che fu il risultato di un sorteggio. All’epoca funzionavano i nomi brevi e diretti, come “Glock”, “Rokes”, “Beans”.
Il gruppo ha avuto anche dei momenti di stop? “Sì, dopo l’esperienza con la RCA e qualche vicenda sfortunata – come un locale andato a fuoco dove suonavamo – il morale era sotto i tacchi. Tony partì per Roma, altri si allontanarono. Ma i Beans sono un’idea che non muore mai. Si sono sempre rigenerati, come una fenice. La passione ci ha rimessi insieme”.
Quando è iniziata la nuova fase della vostra carriera? “L’arrivo di Gianni Bella fu decisivo: ci diede forza, direzione, credibilità. Era già noto, aveva lavorato con Marcella, e ci aiutò a credere di nuovo in quello che facevamo”.
Quest’anno il vostro brano più iconico, Come pioveva, celebra 50 anni: ci raccontate com’è nato? Qual è la storia dietro la sua genesi? “Il brano è una rivisitazione. Era un’operetta, scritta da Alberto Testa (che usava lo pseudonimo Gil). Lui era certo fosse un brano magico. Noi l’abbiamo trasformato in un pezzo da tre minuti, curato nei cori, negli incastri vocali, nelle armonie. Era il 1975. “Come pioveva” rimase in classifica per 4 mesi”.
È vero che il brano ha qualcosa di “magico”? “Assolutamente. Se oggi lo ascolti al contrario – grazie alla tecnologia – ti rendi conto che suona come un altro pezzo, completamente diverso. Un effetto strano, quasi mistico. L’abbiamo provato anche con altri brani, ma con “Come pioveva” funziona meglio”.
Ci furono anche versioni estere del brano? “Sì, fu inciso in spagnolo: “Come Lluvia”. Una scelta della CGD, consociata CBS, perché spesso quando una canzone andava bene in Italia, si adattava per l’estero. Abbiamo fatto anche un tour in Sud America insieme a Gianni Bella. Lui vendette 120.000 copie, noi 60.000. Ma in quegli anni erano numeri importanti”.
Che significato ha oggi per voi questa canzone simbolo? “Con quella canzone inizia tutto. Era il nostro primo disco, sei ragazzi del Sud che nel 1975 entrano nella classifica dei dischi più venduti in Italia. Più di mezzo milione di copie. Un successo inaspettato, un momento magico che ancora oggi riviviamo ogni volta che la cantiamo.”
Avete qualche ricordo curioso di quei tempi? “Tantissimi. Uno su tutti: durante un’esibizione su una piattaforma blu, registrammo dal vivo e poi riascoltammo tutto. Sembrava un disco. Era perfetto. Questo dimostra che l’ingegno umano, quando manca qualcosa, riesce a sopperire con creatività. L’intelligenza artificiale non potrà mai sostituire questa capacità”.
Un episodio che ha lasciato l’amaro in bocca? “Sanremo, 1978. Durante l’esecuzione di “Soli”, cadde un’asta sul pianoforte di Gino. Fece una nota stonata nel mezzo dell’esibizione. Io volevo fermarmi. Ma mi dissero: “Ogni minuto costa milioni, non si può”. È stato un momento duro, anche perché si alzarono polemiche ingiustificate. Era solo un incidente”.
Com’era Sanremo rispetto a oggi? “Era tutta un’altra cosa. Si dava molto più peso alla musica, alla melodia. Oggi dominano i generi come trap e rap, non sempre curati nei testi. Non giudichiamo nessuno, ma apparteniamo a un’altra scuola: Beatles, Chicago, Earth Wind & Fire…” .
Avete suonato molti strumenti? “Sì! Gino ha studiato violino, basso, clarinetto. Non la batteria! Ma la nostra forza sono sempre stati i cori: voci che si incastrano, armonie precise, lavoro certosino in studio”.
Una cover particolarmente riuscita? “Marruzzella” di Renato Carosone. L’abbiamo trasformata in una merengue e presentata su Rai 1 a “Napoli prima e dopo”. Un successo. Da lì è nato anche il tributonb“Beans cantano Battisti”, eseguito dal vivo alle Ciminiere con l’orchestra del Teatro Massimo. Sold out”.
Come vivete il rapporto con il pubblico? “Speciale. In Sicilia siamo i “beniamini”. Ci sentiamo amati. Il pubblico è sempre con noi, con umiltà. Cantano i nostri brani, anche i più vecchi, con passione”.
Progetti attuali? “Un’estate piena: Ficarazzi, Aci Castello, Nicosia, Crotone, Cosenza, un singolo nuovo in cantiere e anche una bella sorpresa: “Cara”, un nostro brano, è stato scelto per un film su Netflix con Adriano Giannini. È finito anche nei titoli di coda. Non sappiamo chi lo abbia selezionato, ma è stato emozionante.
Come vivete la musica oggi? “Oggi ci sono meno impresari, più piattaforme. Ma noi continuiamo a suonare dal vivo. Niente basi, niente autotune. La gente lo sente. Preferiamo “sonacchiare” un po’, ma essere veri. È questo che fa la differenza”.
Un messaggio per i vostri fan? “Grazie. Grazie per cinquant’anni di amore. Continueremo a suonare, finché ci sarà qualcuno che avrà voglia di ascoltare. Anche sotto la pioggia”.











