
Un post su Facebook, così l’attore Emanuele Del Castillo decide di denunciare pubblicamente quanto accaduto in occasione di una proposta di scrittura artistica con il Teatro Libero di Palermo, facendo emergere una situazione molto grave.
«Io ho solo chiesto delucidazioni contrattuali e mi sembra di averlo fatto in maniera molto cordiale. Dobbiamo dire le cose come stanno o dobbiamo sopportare quotidianamente tutto da questa gente che è convinta di essere nostra padrona? Basta farci calpestare.»
Al centro della vicenda, un contratto non troppo a norma, che prevedeva l’interruzione automatica del rapporto di lavoro in ogni domenica della settimana: così il Teatro Libero avrebbe evitato il pagamento della giornata di riposo all’attore, andando contro il CCNL, che affida all’attore il diritto a questo rimborso.
Un meccanismo che pone interrogativi sulla trasparenza e correttezza delle pratiche del Teatro Libero di Palermo.
L’attore racconta di aver chiesto chiarimenti via e-mail al responsabile della segreteria, ma, da quanto si evince dallo scambio scritto, il direttore Luca Mazzone è intervenuto in prima persona con una e-mail in cui accusa l’attore di «mettere in discussione la serietà e professionalità dell’istituzione», per poi escluderlo dall’iniziativa.
Una risposta decentrata rispetto alla domanda legittima: «Verrà rispettato il mio diritto?».
Quando parliamo di “crisi del sistema teatrale”, la nostra attenzione pone le basi su ciò che viene scaturito dalle economie instabili e su come, chi se ne rende “capo fruitore”, agisce con il proprio sentire nella distribuzione delle risorse instabili, creando sotterfugi contrattuali che vanno a discapito degli artisti e che, ancor di più, ammalano il sistema di cui si rendono portavoce e, ancor peggio, alimentano onde di paura e malessere.
«Ho avuto molta solidarietà dai colleghi. Tutti quelli che si sono esposti per me sono tra i più coraggiosi. Devo ammettere che, invece, i colleghi palermitani sono quelli che si sono esposti meno. Purtroppo, il “gioco-forza” di chi è affamato vince. Alcuni colleghi hanno paura, spesso anche perché inconsapevoli dei propri diritti. Ma gente inconsapevole è gente sfruttabile. Io vorrei che si facesse muro. E che gli attori creassero più comunità.»
È solo in sistemi disfunzionali che una domanda ha in sé un grande prezzo da pagare.
«Questa faccenda non è un unicum, è un sistema consolidato di umiliazione degli artisti e delle artiste. Nel momento in cui ho chiesto delucidazioni contrattuali, sono stato denigrato. Non ho neanche avuto la possibilità di un confronto.»
L’azione degli operatori viene regolarizzata dalle leggi e dai diritti, e qui ancora:
«Il Teatro Libero che fa? Ti manda una copia di un contratto che ti chiede di firmare, ma la loro firma non c’è. E, una volta che io firmo, non so dove va a finire la pratica.»
Perché lo si accetta? È solo una conseguenza della sussistenza economica o c’è altro?
Pesa come un macigno il retaggio culturale tardo-romantico: quello dell’“attore per passione”, di chi “non lo fa per soldi” ma per “amore dell’arte”, quasi non fosse un mestiere.
Sembra assurdo, ma è ancora questa logica a permettere agli enti di approfittarsi dell’ignoranza collettiva.
È proprio questo mito tossico che legittima abusi, precarietà e silenzi.











