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Uno schiaffo alla cultura siciliana. È quanto emerge dal nuovo decreto del Fondo Nazionale per lo Spettacolo dal Vivo (FNSV), ovvero il principale strumento pubblico del Ministero della Cultura volto a sostenere il teatro, la musica, la danza e le arti performative in Italia.
Il fondo, istituito per promuovere la vitalità del settore artistico nazionale, assegna contributi economici a festival, rassegne, compagnie e progetti culturali attraverso bandi pubblici e valutazioni triennali.
Tuttavia, l’edizione 2025-2027 del FNSV ha introdotto criteri di valutazione profondamente rivisitati che, nella loro applicazione, hanno determinato l’esclusione di numerosi festival storici della Sicilia. Un colpo durissimo per il tessuto artistico e culturale dell’isola, già messo a dura prova da anni di disattenzione istituzionale.
I risultati delle nuove assegnazioni hanno innescato una vera e propria crisi per molte realtà di promozione culturale che da anni investono su ricerca, sperimentazione e multidisciplinarietà.
Tra le escluse: il Festival ConFormazioni di Palermo, diretto dal coreografo Giuseppe Muscarello; il Festival Teatro Bastardo, guidato da Giulia D’Oro e Flora Pitrolo; la Fondazione MENO; il Teatro Agricantus; il Piccolo Teatro Patafisico; Teatro Atlante, Kleis, Retablo, Palco Off (Catania); il Cortile Teatro Festival, DAF Project e il Teatro dei due Mari (Messina). Una mappa viva e pulsante del teatro indipendente isolano, oggi minacciata da un silenzioso smantellamento.
Il segnale d’allarme era già scattato lo scorso 19 giugno, con le dimissioni di tre membri della Commissione Consultiva Teatro del FNSV — Alberto Cassani, Carmelo Grassi e Angelo Pastore — che hanno lasciato il loro incarico denunciando “l’impossibilità di costruire un percorso condiviso ed equilibrato nella valutazione dei vari organismi teatrali richiedenti”.
Dietro l'esclusione si celano criteri opachi, divergenze politiche e, soprattutto, un progressivo disconoscimento del valore delle esperienze artistiche nate e cresciute nel Mezzogiorno. Il risultato è una vera e propria amputazione culturale: tagliati fuori quei festival che hanno avuto il coraggio di innovare, di dare voce alle marginalità e di scegliere la qualità come bandiera, anche senza le garanzie economiche dei grandi circuiti.
Nel frattempo, in tutta Italia cresce il dissenso: sono nate reti di coordinamento, gruppi di protesta come “Vogliamo tutt’altro” — nato a Roma in seguito alle polemiche sulla selezione del direttore del Teatro Argentina — che reclamano trasparenza e una vera riforma del sistema.
Ma è il Sud a pagare il prezzo più alto. Quel “ritorno al Sud” tanto sbandierato nei proclami politici si svela oggi nel suo paradosso più crudele: un Sud che investe nei suoi talenti ma viene tradito dalle istituzioni. Festival che hanno rappresentato un rifugio, un laboratorio, un orizzonte per artisti e spettatori, oggi si vedono sbarrate le porte di un sistema che sembra premiare l’appartenenza più della visione.
A chi ha fatto del teatro non una carriera, ma una vocazione; a chi ha scelto di restare in Sicilia per farla crescere anche culturalmente, va oggi la solidarietà più profonda. E la gratitudine per aver portato avanti “linee diverse e lontane”, quelle più difficili da difendere, ma che costituiscono l’anima più autentica della nostra terra.
L’esclusione di queste realtà non è solo una questione di fondi: è la negazione di un’identità culturale. Un vuoto che non riguarda solo gli addetti ai lavori, ma l’intera comunità. E che lascia ferite profonde in chi ha investito passione, tempo e risorse per far germogliare bellezza nel cuore del Mediterraneo.










